Abstract

In suo spettacolo-monologo Mio eroe, Giuliana Musso dà voce a tre madri di soldati che hanno combattuto la guerra in Afghanistan contro i Talebani e al-Qaida (2001–2014) esercitando la sua pratica di un “teatro d'inchiesta” in cui combina le testimonianze orali di madri vere di soldati con la ricerca d'archivio. Attraverso le sensibilità del suo corpo d'attrice e il suo linguaggio drammaturgico in base a tradizioni popolari del teatro, luogo in cui si è formata, Musso trasmette al suo pubblico un'epistemologia somatica come un modo per vivere nel mondo con gli altri, un modo di cui bisogna nutrire, e da cui cresce un'intelligenza che offre alternativi percorsi dei pensieri d'abitudine. Pur partendo dalla costruzione tradizionale della “mater dolorosa,” angosciata e sconsolata, Musso infonde nei suoi personaggi riflessioni spirituali, politiche e filosofiche su guerra e perdita, società e cultura. La logica risultante è appassionata, soggettiva e argomentativa e mette in discussione ogni discorso che favorisca la guerra secondo una “ragione,” che dovrebbe essere invece rigorosamente irragionevole. Così, crea una drammaturgia profondamente somatica che consente ai suoi personaggi di esprimere qualcosa che accompagna il loro dolore: il loro pensiero.

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